MASSAFRA - Aldo Moro
27 anni dopo. Organizzata
dal Coordinamento Cittadino
della Margherita, la serata
dedicata alla memoria
del grande politico e statista
Aldo Moro ha visto la partecipazione
di un pubblico
adulto, che in prima persona
visse quella terribile esperienza,
destinata a segnare il
futuro della nazione, ma anche
da un pubblico giovane,
che da quell´esperienza cerca
di trarre tutti gli insegnamenti
possibili.
Seduti al tavolo della discussione
il coordinatore
cittadino del partito, Giuseppe
Miraglia, il capogruppo
consigliare Mimmo Convertino,
il sindaco di Massafra,
Giuseppe Cofano, il
coordinatore provinciale,
Franco Carbotti, e con loro
il coordinatore Regionale di
partito Gero Grassi. Proprio
quest´ultimo ha tenuto gli
intervenuti incollati al seggiolino
con il suo racconto
sugli accadimenti di quei
giorni. "Aldo Moro non è
passato", ha detto il primo
esponente regionale della
Margherita, "perché discutere
su Moro come sulle
grandi figure che hanno costruito
la nostra patria significa
parlare del presente
ma anche del futuro". Esordisce
così Grassi, prima di
cominciare la sua versione
dettagliata di come andarono
i fatti. Un "riassunto
breve" di quello che accadde,
ma che ha fornito a
tutti le sensazioni che quei
momenti hanno creato. Parte
dal 17 marzo del 1978,
partendo dal giorno in cui si
votava per quello che tutti
definirono il Governo
dell´astensione. Un periodo
in cui era vivo il "terrore"
scaturito dalle Brigate Rosse,
che in quel momento non
colpivano più solo i politici.
Tremenda l´affermazione di
Grassi, che dice: "in quei
giorni, ascoltare i telegiornali
significava contare i
morti". Molti di questi morti
erano figli di un sud che si
ribellava ad uno Stato che
"mangiava" i propri figli.
Quello che si stava formando
era un Governo che Moro
aveva faticato a costruire.
"16 giorni prima del rapimento",
continua Gero
Grassi, "Moro aveva spiegato
che bisognava chiamare
altre forze democratiche
per reagire ad una
situazione di soggiacenza al
partito armato, tentando di
trasferire un´idea di Stato
nella quale non ci sono padroni,
ma tante forze democratiche".
Si passa così a
parlare della fase del rapimento:
"Moro viene rapito
perché era divenuto un punto
di riferimento della Democrazia
Italiana. Sarebbe
divenuto Presidente della
Repubblica, e in quel momento
rappresentava quello
Stato che con grande difficoltà
si stava battendo contro
le BR". Nell´attuazione
del rapimento la sua scorta
rimase uccisa, crivellata da
350 colpi d´arma da fuoco.
Lui ne uscì illeso, segno
questo che chi sparava era
molto esperto. Pare che chi
compì il rapimento avesse le
divise dell´aeronautica. Seguirono
i 55 giorni di prigionia,
quelli in cui Moro
venne tenuto ostaggio, in
cui Moro scrisse decine di
lettere ai politici, agli italiani.
"Intervennero anche
l´Onu e il Vaticano", dice
Grassi, "e lui stesso chiedeva,
tramite le sue lettere,
di salvarlo, di contrattare
con i brigatisti, perché per
lui lo Stato doveva proteggere
prima di tutto il
cittadino", e lui in quel momento
era un cittadino in
attesa che lo Stato lo traesse
in salvo. "Il 9 maggio Moro
verrà ritrovato morto nel
cofano di una Renault 5, e
quello fu un giorno significativo.
Le stesse Brigate
Rosse erano divise sulla decisione
di uccidere o no
Aldo Moro. Fu l´ultimo vero
atto delle BR. Fu la fine
della I Repubblica. Fu la
sconfitta dello Stato, che
non aveva saputo salvaguardare
la vita umana di un suo
cittadino", e che cittadino
diremmo noi oggi.
G. F. ■
categoria: politica, margherita, aldo moro, massafra

























