“In piazza c’è stata una sparatoria, come nei cinema di sceriffi e la televisione ha parlato un sacco di questo fatto, che c’è stato una vittima innocente e questa vittima innocente era Rituccia”.
Sembrano righe prese dalle cronache degli ultimi giorni, tra le strade di Napoli, arterie che tornano a parlare, troppo puntualmente e troppo ciclicamente, la lingua del sangue, in questa città dove scorrono lacrime che tingono di noir la quotidianità.
Fino alla vita. Che è troppo spesso sofferta, stretta, repressa.
“La vita incagliata”, romanzo del casertano Del Giudice, è esplorare la vita della manovalanza, è scendere fino nei sobborghi dei sentimenti delle famiglie in odore di criminalità, è toccare le periferie e i centri dei rapporti tra affiliati; il lavoro di Del Del Giudice è riconoscere il camorrista come persona, è scandagliare i centri nevralgici della sua esistenza, di figli e mogli.
Il compito più ostico è capire dove inizi e dove finisca la normalità.
Nino, protagonista del romanzo, è figlio di Don Alfonso, genitore in odore di camorra, ma ragazzo come tanti, “normale” appunto: frequenta la scuola, passa i pomeriggi con Michele, il suo migliore amico, si invaghisce dell’insegnante venuta dal nord fino a confessare “io, quando mi faccio grande, mi voglio sposare alla maestra, che parla tischitoschi”; è, questa, la lingua settentrionale, idioma altro dal dialetto di Nino.
La lingua del nord e del sud, e poi il vocabolario di Don Alfonso, dell’Onorevole e del Ragioniere: forse è qui che si pone una barriera, che si intravede un muro a spezzare i rapporti tra molteplici normali: nel linguaggio, in quella forma esclusiva di rapporti che pesca i propri termini dai codici del rispetto e dell’onore: “a disposizione”, “state tranquillo”, “una buona parola”.
C’è come un’efficienza, nel muoversi di questi personaggi, che sembrano tenere in pugno le redini e i destini del mondo; figure e figuri che hanno in scacco anche le lingue e i pensieri di chi li circonda, vittime predestinate di un potere patriarcale secondo il quale le parole non dette, probabilmente, sono le migliori.
È qui, non altrove, che si cementa il rapporto tra Nino e sua madre: affetto, solidarietà, e le rose per Nennella, povera bambina andata via troppo in fretta per accendere un pensiero su questo mondo tornato a tingersi, ancora, di rosso sangue.
Ivano Stelluto
Attilio Del Giudice, La vita incagliata, Leconte, 2006.